Chi non muore si ravveda!

“Quello che mi ha sorpreso di più negli uomini dell’Occidente è che perdono la salute per fare i soldi e poi perdono i soldi per recuperare la salute. Pensano tanto al futuro che dimenticano di vivere il presente in tale maniera che non riescono a vivere né il presente né il futuro. Vivono come se non dovessero morire mai e muoiono come se non avessero mai vissuto”. [Tenzin Gyatso – Dalai lama]

Quando muore qualcuno mi rifugio immediatamente nel concetto opposto a quello di morte, non la ‘vita’ come si è soliti pensare, ma la ‘nascita’. La vita, almeno quella che constatiamo attraverso ogni respiro e battito cardiaco, è lo spazio tra la nascita e la morte, i due estremi che, è proprio il caso di dirlo, danno ‘vita’ al nostro segmento biografico. Ah cara vecchia geometria, ti ho odiata tanto a scuola per colpa di quei compagni di banco che ogni due per tre canticchiavano ‘Il triangolo’ di Renato Zero, ma devo ammettere che per qualche fugace elucubrazione torni davvero utile.

Per calarci meglio nella materia, prendiamo un pennarello indelebile, un foglio bianco e tiriamo una riga. Ecco quella è la nostra vita (‘V’). Evidenziamo l’estremo sinistro, denominandolo ‘N’ come nascita, e quello destro, ‘M’ come morte. Si evince una regola importante: senza N non può esistere M, viceversa senza M non può esistere N, senza N e/o M non può esistere V. Detto fatto, la nuda verità è che senza fine non c’è inizio, ovvero, essendo nati, siamo costretti a vivere per poi morire…
Ora spingiamoci oltre al nostro segmento e alla geometria piana, inserendo il concetto di ‘profondità’ e ‘prospettiva’. Se fossimo esseri bidimensionali, infatti, meri punti in continuo spostamento da N verso M sul segmento V, questa regola non ci interesserebbe poi molto, ma essendo un condensato di linee, prospettive e profondità, il rapporto che stabiliamo con l’idea della fine è un elemento cruciale per autodefinire la nostra esistenza e determinare le nostre azioni…

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